Magazzino Cubo 3 - Cubo
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Magazzino Cubo 3

Cubo magnete a
Forma di…

Attirati, coinvolti e totalmente immersi. Varcare la soglia del CUBO significa questo: entrare da spettatori interessati, restarci da lucidi interpreti e ideatori, uscirne mai, se non per tornarci. CUBO Magnete, un’anima multiforme e puntiforme dove convergono, come in un’opera sinfonica, stimoli ed esperienze differenti. Forme e volti in divenire. È qui che approdano, spinti dal loro naturale spirito di ricerca creativa, un susseguirsi di “personaggi” incomparabili e bellissimi.
In queste pagine ne scorgiamo alcuni. Franco Poli, il carismatico Designer che ha illuminato prima l’Italia, poi il mondo con le sue opere libere ed audaci, raffinate e graffianti, e che oggi ha conquistato il cuore e gli occhi di quanti fluiscono lungo la Galleria Bianca del CUBO, e ben oltre.
Ed è sempre l’impulso dell’incontro con l’eterogeneità che ha condotto su questo  terreno Caffeina, erede e guida della digital transformation, spinta a tutta forza verso l’innovazione, mai fine a se stessa, ma sempre puntuale e concreta. Poi c’è la bellezza mozzafiato, quella che si palesa attraverso il talento degli hair stylist di matrice londinese che vivono all’interno di Chioma. Non una testa, ma la testa; lei che ha visto nascere, crescere e fiorire, prima fra tutte, la verità del CUBO. Ci ha creduto quando tutto era ancora e solo un bozzetto. Altro ingrediente, la fotografia affascinante di GR studio che dalla Russia giunge con passo celere per raccontare, tracciare e trasmettere, non immagini, ma forze emozionali e corporee.
Cos’hanno in comune queste realtà e le altre che animano il CUBO. Cosa le lega? Mai uguali per conformismo, non si distinguono per noia, ma sono totalmente uniche per DNA.
Le salda insieme il CUBO dove storie, linguaggi ed esperienze artistiche eterogenee si stringono la mano per un risultato che è sempre a somma multipla.

ARTI E MESTIERI “GR Studio”

SCATTO DI UNA FORMA

L’insegna di GR STUDIO si affaccia fiera sul cortile del CUBO.

Qui Vladimir Cojarschi e Grigori Recean hanno posto le basi per sviluppare il loro progetto artistico. Chi sono e da dove vengono? Ne parlo con Vladimir. Vladimir è russo ed ha avviato la sua carriera da fotografo a Chișinău, dove ha iniziato scattando ritratti alle persone in discoteca, per poi lavorare in un’agenzia di moda. Pur mantenendo un focus particolare sulla fotografia fashion, Vladimir ha sperimentato anche la fotografia di paesaggi, la ritrattistica e la pubblicità, per poi avviare un’attività propria.
Come sei arrivato a Parma?
“Mi sono trasferito in Italia per fotografare le opere della scultrice internazionale Aidan Salakhova che lavorava in Toscana col marmo di Carrara. Per lei ho realizzato i cataloghi e i servizi all’interno di riviste specializzate: abbiamo pubblicato su Elle Decor e Bazar Art”.
Vladimir ha un debole per la scultura e i fiori, però la sua passione resta la fashion photography poiché – dice – nella moda, gusto artistico e tecnica fotografica raggiungono il loro apice, per sconfinare spesso nell’arte. Le sue foto hanno una grana nitida e tridimensionale, dove la forma è la protagonista assoluta, grazie all’utilizzo sapiente della luce. “La luce è un elemento centrale: spesso studio il modo in cui la utilizzavano i pittori per realizzare le loro opere. Ad esempio Caravaggio dipingeva soltanto poche ore al giorno, quando la luce filtrava a fascio dalla porta socchiusa”. Oltre alla pittura, anche i maestri della fotografia hanno costruito l’identità artistica di Vladimir che, prima di ogni servizio, prepara con cura il progetto e ne delinea i concetti di fondo, per poter arrivare al momento dello scatto con un’idea molto precisa di cosa realizzare.
Cosa ti ha portato al CUBO?
“Al CUBO sono arrivato tramite Natasha (Natasha Yalysheva, in arte Fragile n.d.r.), artista russa con base al CUBO, con la quale ho avviato una collaborazione molto proficua: una mia foto che la ritrae è comparsa in una mostra collaterale della Biennale-Art International di Venezia! È lei che mi ha portato qui”. Vladimir parla di Parma e ne offre uno scorcio vivace, descrivendola come una città interessante e ricca di stimoli, dove CUBO è un polo magnetico, creativo e pieno di potenziale. “Quando il mio amico Grigori ed io abbiamo saputo che al CUBO si liberava uno spazio, non abbiamo esitato. Grigori intrattiene rapporti con molti artisti russi e internazionali ed ha deciso di investire in Italia, così abbiamo fondato qui il nostro studio. Ora che siamo in questo ambiente, possiamo respirarne il clima progettuale e ci piace moltissimo”.
La collaborazione tra Vladimir e Grigori è un’opportunità non solo per il CUBO ma per tutti i professionisti alla ricerca di una location di produzione: a disposizione la sala, con attrezzature di alta qualità, luci professionali e vari sfondi. Uno spazio dai mille volti all’interno della forma del CUBO che diventa così catalizzatore anche per chi voglia realizzare servizi fotografici – professionali, aziendali e anche privati…
Tutto a portata di mano, in questo prezioso punto strategico.

Per saperne di più > INSTAGRAM@gr_studio_ | FB @Grstudio

TESTO: MARIA LETIZIA ROMANINI | FOTO: GR STUDIO

STORIE Franco Poli”

68 anni di felicità. La voglia di essere e resistere, amare e realizzare se stessi, in una dialettica serrata tra logica ed emozione.

   Entro nella stanza, osservo con cura ogni forma presente, i miei occhi ne scrutano i particolari, i colori, la disposizione. Sono elementi unici, determinati, ma, allo stesso, un tutto: è un’armonia di forme, la forma di tutte forme. È così evidente: sono profondi, hanno un’anima, la propria e quella data dal loro stare insieme. Immagine sublime. Mi dico, adesso mi parlano, mi raccontano una storia, la loro. Capisco di essere a tu per tu con un di più, con quell’estetica della rilevanza che di rado si riesce ad incontrare. Dentro e fuori si sentono la mente e il cuore di un uomo, di un creativo, di un Designer; di una persona che ha davvero qualcosa da dire. Mi volto e i suoi occhi azzurri mi guardano fieri, ribelli, autentici; ancora prima di sentire la sua voce, percepisco divertimento, passione e molta, moltissima libertà. Incontro Franco Poli, classe 1950, padovano, professione Designer, negli spazi del CUBO. Mi porge la seduta da cui avrei potuto dare inizio all’ intervista, così, semplicemente, una delle sue creazioni. Mi accomodo con garbo e lui me lo legge negli occhi: “Non si rovina, tranquilla, è fatta per essere usata”, ammette sorridendo.  Lui fa lo stesso: prende un’altra seduta, un’altra sua creazione, e si siede. Nel giro di cinque minuti mi ritrovo immersa in una conversazione che ha il sapore della condivisione, dove tutto, ma proprio tutto, ha un peso.
Andiamo a ruota libera. “Come ho iniziato la mia attività?”. Ripete la mia domanda, mi guarda, ci pensa; e ha ragione, perché lui, per così dire, non ha mai iniziato, lui è da sempre tutto questo. “Ricordo che insieme ad alcuni amici eravamo appassionati di aeromodelli, ci chiamavamo i tre franchi: progettavamo e realizzavamo soprattutto aeroplani e navi. I mezzi di trasporto mi hanno sempre affascinato. Fuga forever”, scandisce la sua voce. E che fuga sia, a cominciare dalla sua passione sfrenata per le auto. “Non è un caso se ne ho avute e amate ben 22”. Se le ricorda tutte. “La prima è stata una 500, la seconda, quando avevo 22 anni, una R4, poi due Dyane’, poi una Jaguar”, i suoi occhi si infiammano ancora di più. “A circa 27 anni ho comprato la prima automobile nuova, una 112 bianca, e poi un Maggiolone cabrio, uno verde e uno rosso, finché non sono arrivato alla prima Porche, il 986, boxster S, e poi, finalmente un Carrera 993, per chi lo ricorda.. un vero mito, cabrio e rosso. Oggi, ho un Audi. Tempi ed età che cambiano” sghignazza.
Poli ha un segreto, e lo rivela subito, senza troppi giri di parole: “In molti lo conoscono, ma altrettanti spesso lo dimenticano: è restare sempre un po’ bambini”. Tradotto: non ammainare mai le vale, tenere alta l’asticella dell’entusiasmo, della scoperta, quella passione per il non visto; quella gioia di fare e disfare, creare, superare i propri limiti, con il cannocchiale puntato verso il futuro, ma anche e sempre verso quello che ci ha preceduto. “Guardare avanti è fondamentale perché dobbiamo essere e resistere – ammette -, essere capaci di realizzare la nostra missione, essere noi stessi. Guardarsi indietro – precisa – lo è altrettanto, ma non deve essere un ritorno nostalgico al passato, bensì una memoria, una risorsa di energie ed emozioni che non vogliamo perdere”.
Siamo entrati nel perimetro che caratterizza tutta la sua vita: Poli marito, amante, padre, nonno, Designer. “A 18 anni – racconta – per avere un po’ di soldi, ho avviato un’attività insieme ad un mio grande amico, Emilio Baracco. Io, lui, sua moglie e il loro cane: facevano borse di pelle e avevamo una rete consolidata di clienti affezionati. È stata un’esperienza incredibile”.
Nel 1969, Poli lascia l’attività e decide di iscriversi all’indirizzo di Architettura allo IUAV di Venezia. E poco dopo si mette a frequentare anche l’Università Internazionale dell’Arte, sempre nella Serenissima.  “La considero l’esperienza più importante della mia vita perché in questi ambienti ho conosciuto alcune persone spettacolari, talenti assoluti; è stato un periodo davvero formativo. Poi, diciamolo, negli anni ’70 era impossibile stare fermi”. E infatti nel ’74 lancia il cuore oltre l’ostacolo e decide di abbandonare gli studi di Architettura, per buttarsi anima e corpo nel mondo del Design. “Avevo tracciato la mia strada. A soli 23 anni, insieme ad un amico abbiamo aperto una società e da subito abbiamo creato e venduto la nostra prima creazione, l’accendigas elettrico”.
“Quando è arrivato il successo?” gli chiedo. “Subito e non ci ho più pensato, anzi a dire il vero è arrivato subito perché non ne sono mai stato schiavo, non mi è mai davvero interessato; sono sempre stato avido di libertà ed è quello che ho sempre cercato di trasmettere nelle mie creazioni”. E si sente. La vita di Poli è costellata di stimoli creativi, fin da quando era piccolo: prima del Design, la Musica Classica, suo padre ne era appassionato, e tanta Fotografia. “C’è sempre stata; un “vizio” di famiglia”, scherza. “Ho delle foto di mio padre degli anni ‘50 e perfino di mio nonno che aveva un modello 69 Kodak a soffietto; conservo ancora le immagini della Prima guerra mondiale. Ho migliaia di negativi. La mia prima macchina fotografica l’ho avuta a 16 anni, mi sviluppavo i negativi e stampavo su carta”.
Passiamo a Scultura e Pittura. “Premetto, a me piacciono i professionisti e i geni assoluti, quelli veri, quelli che sanno cosa stanno facendo, che uniscono in modo magistrale creatività ma anche attenzione verso il pubblico”.

I Classici: Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Bernini, Borromini.
“Di Leonardo avevo una vera e propria mania – ricorda -. Ho tentato di capire profondamente la persona, chi fosse e perché faceva quello che faceva. Ho fatto molte ricerche. Un autentico genio. Lo sapeva che è stato uno dei primi a studiare i flussi dell’acqua in Lombardia, sul fiume Lambro? Ha inoltre organizzato la canalizzazione di un’intera zona della Brianza.”. No, ammetto, non lo sapevo. E anche quando viriamo sul contemporaneo, non manca di stupirmi: parte dall’espressionismo astratto, e chiarisce: “Oltre a quello americano  che conosciamo un po’ tutti, abbiamo un artista italiano che a me piace molto, anche se il suo nome non riecheggia tra la folla: Hans Arthur, di origine norvegese, naturalizzato italiano. E poi Giacometti e Francis Bacon”. Visto che ci siamo addentrati su questo terreno, la domanda mi viene spontanea: “L’Arte può non essere bella?” “Certo, l’Arte è linguaggio – risponde rapido -. L’elemento estetico, il fatto di dover piacere, diciamocelo, è in qualche modo un po’ ‘volgare’, scontato. Tutte le Arti sono elaborazioni linguistiche e tu decidi che possono e devono stare insieme secondo certe regole.
Chi fa Arte usa prima di tutto elementi linguistici, e li usa secondo logiche perché il linguaggio è logica; regole non scritte ma che esistono e vengono scoperte dall’artista” sottolinea. Il risultato? “Non è il bello, come lo intendiamo noi, è piuttosto l’armonia che l’artista è riuscito a trovare coniugando i diversi elementi linguistici”.

“E allora – domando -, la creatività che cos’è se non la capacità di saper tenere insieme linguaggi diversi?”.
“È proprio questo, ma il movente, ricordalo, resta sempre l’amore, il collante che tiene insieme tutti gli elementi, che non dipende assolutamente, ancora una volta, dal piacere estetico. È come un laboratorio: tu sei lì che tenti, come un bambino, metti insiemi i linguaggi, copi e poi, via via, apprendi, conosci e, se sei bravo, appassionato, arriva la tua creazione, l’espressione della tua personalità”. È un botta e risposta serrato. “Il rischio che corre oggi l’Arte qual è?”. Non ha dubbi: “L’Omologazione, il livellamento e, allo stesso tempo, il suo opposto, la megalomania, l’arroganza di credere di poter fare tutto, in una parola l’autoreferenzialità. Sperimentare è d’obbligo ma, attenzione, non dobbiamo mai dimenticare che l’Arte è linguaggio e si rivolge sempre a un pubblico”.

Finiamo per discorrere di emisfero destro e sinistro: “La strada corretta, secondo me, è quella di riuscire ad emozionarsi razionalmente, di saper decidere emotivamente: chi lavora bene, chi arriva, è colui che è capace di far funzionare l’aspetto logico razionale altrettanto bene quanto quello percettivo emozionale”.  Lui che insegna all’Accademia di Belle Arti di Brescia lo ripete sempre ai suoi studenti: “Per fare arte servono passione ed entusiasmo, coraggio; bisogna essere se stessi, ma è necessario anche sapere stare nel proprio perimetro, senza montarsi troppo la testa. Ai miei ragazzi insegno a realizzare la propria missione, muoversi, perché siamo prima di tutto esseri in movimento, giusto? E poi, suggerisco loro di non dire mai “sono un artista”, bensì di farlo, sempre e tanto, senza paura, con molto amore”. Nel suo orizzonte c’è un’azienda americana di domotica. “Una cosa nuova, diversa dal solito. Il mio sogno nel cassetto – chiarisce – è sempre lo stesso: quello di lavorare sull’innovazione, anche nel campo dell’automotive, biciclette, aeroplani”. E CUBO? “È un incontro avvenuto per caso e ci vedo molto futuro: mi piacerebbe farne parte”.

TESTO: GIORGIO CHICARELLA

MAESTRANZE: “Chioma

Chioma, Lo spazio della ricerca

Chioma ha una storia tutta parmigiana che si tramanda da trent’anni di parrucchiere in parrucchiere. Comprende oggi una squadra di 60 persone che lavorano in cinque negozi, tra cui La Barberia di Piazzale della Steccata, fiore all’occhiello del brand.
Per parlarci di questa eccellenza cittadina abbiamo chiesto ad Alessandro Agizza, Art director del Gruppo, nonché colui che ha aperto il salone di via Spezia, 90. Al CUBO, ma prima del CUBO.
Siete arrivati qui prima ancora che esistesse il CUBO in quanto tale, giusto?
“Sì, siamo stati i primi ad arrivare. All’inizio abbiamo aperto il salone con soli sei dipendenti, adesso siamo 16, il salone si è notevolmente ampliato e da quando ha preso vita il CUBO siamo cresciuti molto e abbiamo fortificato ulteriormente la nostra identità. Qui al CUBO c’è anche la nostra scuola, il luogo per eccellenza dove avviene la ricerca”.
Quanto conta la ricerca della forma nel vostro lavoro?
“Tutto. Tutto è forma e tutto nasce da un progetto, sempre personalizzato e partecipativo che cambia ogni volta appena si siede di fronte a noi una persona diversa. È solo a partire da questo progetto formale che noi andiamo a sviluppare il colore. Uno studio basato su lunghezze e volume, influenzato a sua volta dalle caratteristiche fisionomiche del cliente.”
Quanto riuscite a interagire con le altre realtà del CUBO?
“Questo è un luogo catalizzatore dove si incontrano arte, cultura, moda e bellezza. Un contesto totalmente in linea con l’identità di Chioma”.
Un’identità che descrive anche con la vostra clientela?
“L’identità dei nostri clienti a volte è sconosciuta persino a loro: cerchiamo di far scoprire alle persone i loro capelli! Vogliamo valorizzare la bellezza naturale, a partire da uno studio stilistico globale della persona che ci viene tramandato dai professionisti più esperti e che mira a far emergere il carattere specifico di ciascuno. Abbiamo tipologie di clienti estremamente differenti e ciascuno sceglie il salone che gli è più congeniale”.
Attorno a quali valori gravita Chioma?
“Per noi la cosa più importante è la formazione e lo sviluppo dei talenti individuali. Lavoriamo per un approccio più culturale a questo mestiere: la nostra ambizione è elevare il profilo dell’hair stylist ai livelli londinesi, dove è considerato al pari di un artista. Per raggiungere questo obiettivo partiamo dalla cura dei percorsi professionali dei ragazzi che frequentano la nostra scuola”.
Quanto conta la scuola per il gruppo?
“La scuola è ciò che ci permette di crescere: le figure junior trovano spazio nei nostri saloni e sono affiancate da stilisti esperti, per accrescere il talento con i segreti del mestiere”.
Insomma: dentro il contenitore CUBO c’è anche la scuola di Chioma, la scatola dove molti sogni prendono forma.

Quelli dei professionisti…
E quelli dei loro clienti!

TESTO: MARIA LETIZIA ROMANINI | FOTO: CRISTIAN FERRARI

STORIE:“Caffeina”

IL PASSO VIRTUOSO DEL CAMBIAMENTO

Nel suo DNA convivono in perfetta armonia propensione al cambiamento, creatività e innovazione. Ne scaturisce un suono solo: Ideas Never Sleep. Un claim inappuntabile che identifica la sua anima: Caffeina, celere, frizzante, competente e precisa. È un’anima tosta, versatile e impegnata a tutto tondo nel campo della digital transformation; la sua forma si sposa alla perfezione con quella del CUBO a tal punto che il fatto di approdarvi, pochi mesi fa, è stato del tutto naturale. “Il CUBO era il futuro e lo sapevamo. Ci ha colpiti per la sua dinamicità e il fatto che si sposava con la nostra filosofia – racconta Alessandro Sorbello, Brand Manager di Caffeina -. Abbiamo scelto di crescere con e all’interno di questa realtà, contribuendo attivamente al suo sviluppo a beneficio di tutto l’ecosistema artistico e culturale del nostro territorio”.
Caffeina al CUBO, perché?
“Perché quando abbiamo iniziato a cercare una nuova struttura che potesse ospitarci, puntavamo ad uno spazio aperto, capace di adattarsi alle nostre esigenze, che guardasse al futuro e rispondesse al livello di crescita che stavamo vivendo. In altre parole, che aderisse alla nostra filosofia: Ideas Never Sleep. Il CUBO era il posto giusto. Quando il nostro co-founder Henry l’ha individuato, ne siamo rimasti colpiti: rappresenta il centro creativo di Parma, un luogo dove si intersecano saperi, esperienze e discipline differenti; ma anche un catalizzatore di eventi, mostre e iniziative di grande interesse. Qui abbiamo avuto anche l’opportunità di poter ristrutturare e rimodellare, in stretta sinergia con i nostri creativi, uno spazio unico, fatto a nostra immagine e somiglianza, un luogo capace di rispondere alle nostre aspettative. A tal proposito, approfittiamo di questa occasione per ringraziare la proprietà per la disponibilità e l’apertura con la quale è stata accolta la nostra idea di portare al CUBO l’headquarter Caffeina”.
Nel vostro DNA c’è…
“Fin dall’inizio l’elemento fondante è stata la digital transformation. I nostri fondatori hanno iniziato l’attività nel 2011 focalizzandosi su questo terreno spinti da una forte tendenza al cambiamento. I primi mesi sono stati di start up e l’anno successivo sono iniziati i progetti veri e propri. Da quel momento, con impegno e coraggio, abbiamo investito su idee innovative, giovani creativi e crescita, delle competenze, anticipando in alcuni casi il mercato e offrendo alle aziende servizi di alto livello. Da allora ad oggi non ci siamo mai fermati: di anno in anno sviluppiamo ulteriori competenze, stringiamo sinergie ascoltando i vari trend del mercato, consapevoli del fatto che operiamo in un settore che non conosce la parola “arrivato”.
Ma cosa significa occuparsi di digital transformation?
“Vuol dire essere adattabili, ludici interpreti di un mondo in continua evoluzione, tenaci e veloci nell’imprevedibilità, maestri nell’unire esperienze e sollecitazioni differenti, concreti nel trovare soluzioni ad alto valore aggiunto. In una parola, aperti. La digital transformation si nutre di questo e il suo terreno sono prima di tutto creatività e innovazione. Con questi strumenti accompagniamo, passo dopo passo, le aziende clienti con progetti mirati capaci di rispondere il modo puntuale e rilevante alle loro esigenze di comunicazione e visibilità. E lo facciamo grazie a un gioco di squadra serrato. Come esempio concreto del nostro lavoro possiamo citare, tra i diversi progetti, le campagne di comunicazione multicanale per Ferrero, Bulgari, A+E Networks, oppure lo sviluppo di prodotti digitali (sito web, mobile app…) per BNL, Genialloyd e molti altri. All’interno di Caffeina oggi siamo più di cento persone, con un’età media che non arriva ai 30 anni,  e operiamo  all’interno di due grandi unità: l’Organization, dove sono presenti tutte le attività di gestione e organizzazione, dall’operation al finance, dall’amministrazione all’accounting fino allo scheduling dei progetti; e la Factory, dove lavorano tutte le figure creative che si occupano in modo verticale di progetti digital all’interno di differenti divisioni: visual experience, marketing strategy, product design, social media…per citarne alcuni. Sono forze che convivono, si intersecano e si nutrono a vicenda”.
Differenziarsi significa?
“Non operare a compartimenti stagni, intersecare conoscenze e abilità diverse, modulare ed adattare il digital su target differenti. È proprio questa fusione di esperienze e know-how che permette di sviluppare idee fortemente all’avanguardia. Caffeina ha imboccato questa strada e così facendo ha iniziato a lavorare con i grandi brand locali, per poi espandere le proprie attività con i maggiori player a livello internazionale, dal mondo della finanza a quello della moda, dal food alla farmaceutica. Proprio con l’obiettivo di stare vicini e accompagnare i nostri clienti, oltre a Parma, negli ultimi anni abbiamo aperto altre due sedi operative, una a Roma e una a Milano”.
Quando il gruppo diventa squadra crea il gioco vincente”. Perché ciò avvenga quanto sono importanti comunicazione interna e aggiornamento delle competenze?
“La condivisione di obiettivi e conoscenze è fondamentale, è il collante che crea la squadra, non c’è ombra di dubbio. A questo fine, internamente abbiamo avviato una serie di attività per comunicare a tutti i colleghi, di differenti ambiti, progetti realizzati, expertise maturate, ma anche per condividere errori e successi: dal blog, ai social, fino ad iniziative dedicate proprio a questo scopo. Si aggiunge il nostro approccio da sempre orientato al Life long learning: investiamo molto nell’aggiornamento costante delle conoscenze grazie alla partecipazione ad eventi e percorsi formativi mirati per stimolare la curiosità e la scoperta di nuove strade. E le conoscenze vengono condivise con tutto il team”.

TESTO: GIORGIO CHICARELLA | FOTO: CAFFEINA

RUBRICA SPECIALE

PERSONALE DEL DESIGNER
IN MOSTRA AL CUBO

Franco Poli sorride e posa per le fotografie di rito, al vernissage della sua personale monografica, evento svoltosi al Cubo sabato 19 maggio, dopo aver tenuto una conferenza alla presenza di amici, colleghi e molti avventori eterogenei, dagli appassionati, agli universitari, ai semplici interessati.
È la prima vera retrospettiva personale nella carriera del famoso designer padovano, che ha scelto la Galleria Bianca del Cubo per suggellare 40 anni di attività tramite i suoi pezzi più rappresentativi, disegnati per i maggiori brand di arredamento italiani e internazionali. Lo porta al Cubo un’occasione del fato, un tuffo nella memoria: ritrova nel negozio di modernariato Loppis il primo oggetto da lui disegnato, giovanissimo, nel 1977, per la Bernini S.p.a., azienda storica per il design italiano, in collaborazione con Bepi Fiori: la rarissima poltrona Bergère, prodotta in soli 30 esemplari, un connubio di modernità e visione, artigianato e pura poesia.
Questa evenienza fortuita e l’incontro con l’architetto Guillaume Pacetti di Atelier 35, gli fa conoscere e apprezzare lo spazio multifunzionale e l’atmosfera creativa e stimolante che si respira al Cubo, tanto da instillargli la voglia di ritrovare e recuperare i pezzi che hanno segnato la sua storia personale e il suo iter creativo, eleggendo proprio il Cubo come luogo per la sua prima personale retrospettiva. L’ allestimento della mostra, firmato dall’architetto Guillaume Pacetti, è profondamente concettuale e vuole imprimere visivamente la gnoseologia creativa di Franco Poli; “Itinerario di una Forma”, titolo della mostra, evoca il processo inventivo e fenomenologico che dall’invisibile e indistinto magma della mente e della memoria, viene filtrato, espresso e codificato in una forma visibile: da un basamento materico, caotico e  difforme di ghiaia, sembrano forgiarsi gli elementi geometrici di metallo grezzo, sui quali si stagliano infine le forme nitide e nette dei pezzi in mostra, molti dei quali sono prototipi e oggetti unici e rari, per la prima volta fruibili ad un vasto pubblico.
L’esposizione copre 40 anni di attività del designer e consta di 30 pezzi delle più prestigiose aziende italiane di arredamento e design: Matteograssi S.p.a., Bernini, Interna Contract e BBB Bonacina.
Apre l’esposizione una delle creazioni più recenti del designer: l’incredibile, suadente e superlusso Sitty, del 2003, prodotto da Interna Contract in un numero molto limitato di copie, vera scultura e opera d’arte oltre che arredo di design; si può vederla solo in questa mostra grazie alla disponibilità dell’azienda che ne ha prodotta una appositamente per l’occasione. Opera emblematica della mostra, con la sua foggia nastriforme e specchiata, insieme statica e fluttuante, incarna eideticamente il concept dell’itinerario della Forma che emerge dal caos originario.
La progressione dromica della mostra funziona circolarmente, partendo a ritroso: da uno degli ultimi pezzi del designer si arriva, a chiusura, ai primi. L’itinerario della mostra non è cronologico bensì tematico; i pezzi sono esposti per blocchi accomunati da percorsi analoghi di ispirazione ed esplorazione di tematiche, ricerca e evoluzione di conoscenze, ed esperienza e sperimentazione di materiali e tecniche da parte del designer.
Ogni sedia ha una sua storia, e un ricordo ed un aneddoto ad essa legata, come ha raccontato il designer durante la conferenza, e stupisce come le sue migliori intuizioni creative siano legate a momenti di empatia, gioco e amicizia, lontane da una fredda progettazione a tavolino. Come Plixy, prodotta da Italcomma nel ‘94, sedia pieghevole in legno e acciaio, nata da una sfida fra colleghi: Franco Poli voleva realizzare una sedia pieghevole sottilissima e molto grafica, un oggetto che da chiuso non rivelasse la sua funzione. La scommessa è stata vinta, lo spessore della sedia risulta inferiore a 15 mm, quindi a pieno titolo si può parlare della sedia più sottile mai prodotta, e il congegno di apertura e lo slittamento guidato della schiena sono totalmente innovativi ed assolutamente inediti. La Exagon del 2010, unica seduta in plastica nella produzione del designer che confessa di nutrire un’avversione atavica per i derivati del petrolio, partorita come un “atto folle” durante un anno sabbatico di viaggi intorno al mondo ed esperienze uniche, dove il designer ha abbandonato paure e schemi, e anche una parte di costrizioni dettate da pura ideologia; la Punica, prodotta da Bernini nel 1988,  una sedia particolarissima,“ quasi arcaica, pugnace, con lance e scudi pronta a far guerra”, che raccoglie l’eco del primo Philippe Stark con i suoi oggetti provocatorii e immaginifici, uno stimolo all’espressività; lo sgabello Zero, del ‘99, fatto quasi per gioco fra amici e diventato un’icona dell’azienda Morelato; la Sedia Arkè dell’85, costruita nel vecchio laboratorio di falegname di un amico per la casa che lo stesso Poli gli aveva disegnato, e poi prodotta da Morelato, con un tale successo da essere riedita nel 2016;  l’Amoretta, del 1990, nata dalla volontà di Giancarlo Bernini di produrre una sedia in metallo per aiutare un’officina metalmeccanica in difficoltà, il cui risultato è una sediolina ancora oggi elegantissima che si impila in un modo unico che non è più stato replicato.
Al centro del percorso espositivo trova spazio un elemento chiave nell’ispirazione e nella personale ricerca, sempre indissolubilmente sia artistica che tecnica in Franco Poli: la Leggerezza.
La leggerezza, in senso sia costruttivo che estetico, è stata un grande obbiettivo raggiunto già nel Settecento dalle famose sedie di Chiavari, dove l’intelligenza tecnica, legata ad una sofisticata lavorazione del legno, ha prodotto una tipologia di sedute che ha fatto epoca, e l’interpretazione di questo modello in chiave moderna, da parte di Gio Ponti, ci ha dato la Superleggera (Cassina 1957) che con i suoi 1700 grammi sembrava praticamente imbattibile.
La sfida della leggerezza nella sedia in legno è un tema che ha sempre appassionato il designer, che ha cercato di sintetizzare in una seduta la massima efficienza strutturale con il minimo degli elementi costitutivi: sfida vinta, tanto da poter vantare nel suo palmares la sedia in legno più leggera del mondo!
Nel ‘94 Poli produce la collezione Fullerina in onore di Richard Fuller, suo mentore, per Matteograssi S.p.A., storica azienda italiana di arredamento, di cui in mostra un esempio della prima ed unica serie a motivo triangolare; la collezione comprende tre tavoli di forme diverse e due sedute leggerissime; una di queste, la sedia Fullerina in frassino e cuoio, è a tutt’oggi la sedia più leggera che sia mai stata prodotta: 1300 grammi!
Così come Flying Chair, sedia in legno firmata Poli, prodotta da Montina in acero e in faggio dal 1991. La primissima serie pesava solo 1.300 grammi e le serie successive 1600 grammi!

Durante il percorso espositivo si possono ammirare le bellissime “prove” di reti in cuoio, che dopo anni di sperimentazione hanno valso a Poli un importante brevetto internazionale: con il suo pregevole lavoro sul cuoio Franco Poli plasma questo materiale, trasformandone la resistenza meccanica e rendendolo elastico e  malleabile, bypassando il limite della pezzatura, moltiplicandone la superficie, creando delle reti espandibili secondo una sua personalissima tecnica incisoria. Queste reti, smerigliate come pizzi, hanno un’eleganza matematica precisa e danno una sensazione visiva e sensoriale unica. Alla fine degli anni Novanta MatteoGrassi S.p.a., ora chiusa, ha fornito il terreno per sviluppare fino in fondo l’esperienza e le prove di Franco Poli sulle reti in cuoio, tanto che questi prototipi sono alla base di molti dei pezzi di arredamento del designer che troviamo in mostra, come la bellissima Loom del 2006 prodotta da Catas, prima applicazione della lunga teoria delle reti in cuoio, che gli ha valso una menzione del XXI Compasso D’Oro, l’Aretè, del 2007, prodotta da MatteoGrassi Sp.a., la Lady B del 2014 prodotta da G.I Busnelli, fino alla recentissima Guapa Chair per Midj, in collaborazione con la designer spagnola Beatriz Sempere, e le Torri scultura Tensegrity, due pezzi unici realizzati per la mostra “Materica” lo scorso anno, che sono l’applicazione del tentativo di sostenere le reti brevettate dal designer con strutture non legate che utilizzano un concetto “tensegrale”.
Oltre a sedute, poltrone, tavoli e scrittoi, sono presenti in mostra alcuni oggetti di design in vari materiali, vasi in cuoio e in terracotta, lampade in porcellana, gres e vetro di Murano come le Collezioni Numis, Larius, Nesa e Materica, spesso fatti a mano dal designer, che possiede una grandissima versatilità, manualità e padronanza tecnica di lavorazione dei materiali naturali e che ama e ricerca procedimenti produttivi improntati quanto più possibile all’artigianalità.
In esposizione anche il primo vero prodotto industriale del designer, ancora giovanissimo, per la Clik, l’accendigas elettrico Piezo.
Il piccolo oggetto ha segnato l’inizio della carriera di Franco Poli, che chiese come suo primo compenso la cifra minima per comprarsi un’utilitaria nuova; era il 14 febbraio del 1974, e da quel giorno di San Valentino Franco si sentì davvero un designer e capì che quella era la sua strada. E così è stato.
Infine, a chiudere circolarmente la mostra, la poltrona Bergère, la provvida occasione che ha portato Franco Poli al CUBO e che ha innescato la scintilla emotiva ed emozionale che ha dato vita corpo e sostanza alla mostra “Itinerario di una Forma”. Itinerario, viaggio di un uomo, del suo pensiero e delle sue creazioni e della sua memoria, la cui energia intrinseca è stata la scaturigine emotiva ed emozionale di “Itinerario di una Forma”. Memoria che è Ars inveniendi, arte del trovare, la cui natura non è solo passiva ma anche attiva, creativa e feconda, e Ars combinatoria, che trova, quasi alchemicamente, nuove combinazioni, rilevanze e sensi ulteriori di elementi già esistenti, divenendo il luogo indistinto, l’invisibile, da cui si innesca il processo creativo da cui nascono nuove Forme.

TESTO: ELISABETTA BARATTI  FOTO: GIAMPAOLO RICÒ E ARCHIVIO MAGAZZINO