Dall’anima all’anima: il vocabolario infinito della musica

ARTI E MESTIERI

DALL’ANIMA ALL’ANIMA:
IL VOCABOLARIO INFINITO DELLA MUSICA

testo: Giorgia Chicarella
collage: R. F. Lorca
foto: Giovanni Sparano

Chiudi gli occhi, ascolta la vibrazione che scorre lungo tutto il corpo, il sangue che ribolle, il cervello che si attiva, il cuore che pulsa e i polmoni che si dilatano. Respira profondamente e senti, mentre i tuoi piedi si ancorano al terreno e la tua anima vola.
Sei entrato, mio caro, nel mondo della musikè, l’arte delle muse, l’arte delle arti che dona all’uomo la possibilità di trasformare la semplice aria in qualcosa che abbraccia i sensi, verso la libertà. “E’ il linguaggio della sensibilità, del sentire di un contesto sociale ed economico, è il pensiero di una generazione. È un esperire che produce in ognuno di noi l’infinito”.
Giovanni Sparano questo linguaggio lo conosce bene, lo ha fatto suo e condiviso attraverso il Barezzi Festival, di cui è inventore e direttore artistico, con un pubblico di anno in anno sempre più ampio; dai palchi alle piazze, fino alle location più disparate della nostra città e provincia. Un “fiore all’occhiello” made in Parma, sbocciato nel 2007, che, fin dai suoi esordi, si è caratterizzato per una tensione costante alla sperimentazione e al recupero della tradizione, immerso nella ricerca del futuro e nella consapevolezza del passato. Nato su iniziativa dell’Associazione Culturale è-motivi, di cui Sparano è fondatore, il Festival, ha origini autorevoli, come si evince dal nome: “Barezzi”. “Era il signore di Busseto, il mecenate di Giuseppe Verdi – racconta Sparano -; sostenne la formazione del compositore sin dall’infanzia, da Bussetto a Milano, e da lì in giro per il mondo. Fu il secondo padre di Verdi, senza di lui oggi non avremmo La Traviata, L’Otello, L’Aida… L’impegno e la lungimiranza che contraddistinsero questo uomo sono le chiavi che hanno ispirato questo evento, oggi punto di riferimento della musica di qualità a livello nazionale e non solo”.
Sparano ne è giustamente orgoglioso. Lui che ha iniziato aprendo nel cuore del centro cittadino il Caffè dei Marchesi con l’intento di: “Proporre ai clienti ogni giorno artisti differenti. Un luogo di incontro e di dialogo sui temi della musica. La condivisione di una passione che da sempre mi caratterizza”.
Ed è proprio tra queste mura, impregnate di armonie, che è nata l’idea primigenia del “Barezzi”: ossia, promuovere e diffondere musica dando voce e spazio ad personalità interessate ad interpretare in chiave contemporanea temi del repertorio classico, radice comune delle culture europee. Il fine era avvicinare mondi solo apparentemente distanti, sperimentando e incoraggiando la conoscenza anche attraverso l’utilizzo di luoghi “sacri” come i teatri classici.

“Il primo passo è stata l’organizzazione di un contest che permettesse agli iscritti di reinterpretare un’opera verdiana in chiave rock – jazz e, allo stesso tempo, di proporre un inedito. La finale la organizzammo a Busseto, città natale del grande Maestro. Fu un successo. Così, decisi di scrivere nientemeno che a Battiato per presentargli il progetto. Una persona come lui – pensavo – avrebbe avuto la sensibilità per capire. Ne fu entusiasta e nel 2008, insieme al contest, sempre a Busseto prese forma la prima edizione del Festival con la partecipazione gratuita di Battiato e Stefano Bollani, compositore e pianista italiano”. Che l’idea funzionò, in un’epoca dove i social e il digital erano solo agli albori e si comunicava ancora con i metodi tradizionali, è palese. Lo dicono i numeri! Il prossimo novembre il Festival spegne ben 13 candeline, ognuna delle quali testimonia l’evoluzione di una formula che ha fatto centro, caratterizzata da alcuni ingredienti genuini: ricerca, varietà, internazionalità e capacità di conquistare gusti eterogenei.Il connubio tra la spinta innovatrice delle nuove generazioni, rigore e spiritualità classica ha dato vita ad una produzione di altissimo livello. Oltre a Battiato e Bollani, il Barezzi ha accolto e fatto conoscere al grande pubblico Herbie Hancock, Brad Mehldau, Brian Auger, Raphael Gualazzi, Morton Subotnick, Gary Lucas, Arto Lindsay, The Notwist, solo per citarne alcuni.
Il linguaggio della musica quindi come ermeneutica, anche attraverso la reinterpretazione degli spazi. Tra i volti che hanno popolato i diversi palchi del Barezzi cantautori e musicisti di fama mondiale, quindi, ma anche giovani all’inizio della loro carriera artistica che hanno scelto di autoprodursi sfidando lo strapotere delle case discografiche. “Ci piacciono le personalità che innovano, che sperimentano diversi linguaggi, che si costruiscono passo dopo passo”.
Le tecnologie digitali hanno forse giocato un po’ a favore. “Penso allo streaming musicale di Spotify e YouTube – chiarisce Sparano -; hanno aperto numerose opportunità, rivoluzionando in modo irreversibile “il come” della musica. Permettono a tanti possibili artisti di comunicare alle persone senza il vincolo dell’intermediario, ad esempio la Trap Music che è arrivata proprio grazie ai nuovi strumenti di creazione e comunicazione musicale. Questo meccanismo non è privo di rischi: primo fra tutti, quello di trovarsi difronte a compositori che creano solo un prodotto di musica da distribuire su un mercato globale”. Insomma, Meteore, non Monumenti…
“Certo, per diventare Monumenti, ossia Artisti con la A maiuscola che segnano il tempo, non bastano la tecnica o la bravura fine a se stesse. La storia della musica insegna, le modalità di  espressione possono essere molteplici, ma per approdare all’eterno un “pezzo” deve nascere dall’Anima e arrivare all’Anima di chi ascolta e, ascoltando, sente. Quella odierna è una fase storica come tante altre, qualcuno magari riuscirà ad emergere, altri scompariranno così come sono venuti. A decidere non saranno la tecnologia, il mercato…sarà la musica stessa”.