Magazzino Cubo 1 - Cubo
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Magazzino Cubo 1

TUTTE LE FACCE DI CUBO

Cinque anni fa se ti fossi imbattuto nel CUBO e fossi salito a quello che è oggi il quinto piano saresti entrato nella sala espositiva di un mobilificio. Dentro avresti trovato camere e camerette esposte in vetrina.
Ora, tra le mura di questo stesso spazio convivono arte e cultura, agenzie di comunicazione e studi di architettura, stilisti e artigiani di gioielli.
Sul montacarichi che un tempo trasportava legname o attrezzature per mobilieri, adesso sfilano oggetti vintage, mobili di design, tessuti, strumenti musicali e tele da pittore.
Quello che un tempo era un semplice spazio fisico, il MAGAZZINO, oggi è identità, quella di CUBO.
In questo laboratorio in costante fermento, tante mani e menti differenti lavorano, giorno dopo giorno, con la bellezza e la creatività, l’immaginazione e l’innovazione. Un luogo aperto dove si respira aria di cambiamento, prendono forma progetti, si stringono relazioni, maturano e si accolgono idee. Gli strumenti del mestiere sono passione e professionalità, competenza e originalità.
Sì, CUBO è tutto questo: la realizzazione concreta di una fusione magistrale tra dentro e fuori, nuovo e passato, con l’obiettivo di offrire alle persone, al territorio e ben oltre, un mix di esperienze ed emozioni “fatte ad arte”.
A testimoniare questo momento di passaggio da area industriale a polo creativo, le pagine che seguono, quelle di MAGAZZINO CUBO: un prodotto editoriale sinergico dove le voci narranti siamo noi, ma anche voi.
Lo vogliamo fare nel modo più semplice e sincero possibile, mettendoci la faccia. Le facce (e le parole) di chi ha scelto di intraprendere questo viaggio.
Perché questo CUBO non ha solo sei facce, ma molte di più.

Il Magazziniere

MAESTRANZE Eleonora Deidda”

C’era una volta un vecchio stabile industriale nel cuore di via Spezia, un guscio vuoto sul quale nessuno avrebbe scommesso un nichelino, nessuno tranne lei: Eleonora. Un passato da attrice, un naso importante per il quale ama prendersi in giro e grandi occhi che parlano, Eleonora ha visto nell’ex Mazzoni Salotti un potenziale che nel 2013 ha portato alla nascita di Loppis Arte, Design e Modernariato, prima tessera del grande puzzle che oggi è Cubo.
“Ricordi la prima volta che hai visto gli spazi che avrebbero ospitato prima Loppis e poi Cubo?”
Sono un’istintiva, le persone mi piacciono o non mi piacciono anche solo per un dettaglio e lo stesso vale per le cose. Cubo mi è capitato davanti un giorno che stavo cercando altro e ho pensato: “vetrate e grandi spazi”. Non desideravo altro, era lui.
“Tu non vieni dal mondo del commercio, Loppis è stata una grande scommessa, possiamo dire “buona la prima”, perché ha funzionato?”
Ero libera da sovrastrutture proprio perché non ho un passato da commerciante. A volte non sapere esattamente “come si fa” è un vantaggio.
Mi sono buttata, ho proposto un prodotto ben definito, vintage sì ma fino agli anni ‘70 e ho seguito la mia idea di bello. Sono pronta a farlo di nuovo, Loppis sta per cambiare volto.
“Ci dai un’anticipazione?”
Loppis avrà un nuovo ingresso indipendente caratterizzato da un’ampia e luminosa vetrata in cui esporrò pochi e selezionatissimi pezzi. Voglio alzare l’asticella, è ora di mettere in scena il secondo atto: “Loppis negozio”. Partirò dal pavimento.
“A fianco a te Cristian e Angelica. Che ruolo hanno i tuoi fratelli?”
Ridiamo molto insieme e il riso può alleggerire un tavolo di marmo da portare a un terzo piano.
“Qual è il potenziale che Cubo non ha ancora espresso?”
Cubo è cresciuto molto velocemente e siamo in procinto di inaugurare il Cubo Park: un’area esterna in cui ci sarà la possibilità di moltiplicare gli eventi. Finalmente potrò avere il mio circo!
“E se non avessi aperto Loppis cosa avresti fatto?”
(Dopo una lunga pausa di riflessione, ndr) Avrei creato un posto in cui poter ballare tutte le sere.
“C’è qualcuno o qualcosa a cui vorresti dire grazie?”
A una nazione intera: l’Iran. L’anno che ha preceduto l’apertura di Loppis l’ho trascorso là, quando mio figlio aveva solo pochi mesi. Ho potuto dedicarmi completamente a lui ma anche a me stessa. Quando sono tornata non ho avuto paura.

TESTO: FRANCESCA COSTI | FOTO: LUCREZIA GANAZZOLI

ARTI E MESTIERI: “The Dream Lab

È iniziato tutto con un sogno, da un progetto comune che bramava di diventare reale e che, pezzo dopo pezzo, ha preso forma prima nel cuore, poi nella mente, e infine in quel preciso istante, quello in cui abbiamo detto, “Sì, lo voglio”.
Quell’istante era tutto nostro: mani e anime si sono strette in una promessa che aveva il sapore dell’eterno. Era il nostro matrimonio, non quello di qualcun altro, di amici o parenti: era nostro e volevamo fosse speciale, unico ed autentico.
Se chiudiamo gli occhi e ascoltiamo attentamente sentiamo ancora il sapore dolce delle nostre labbra che si sfiorano, gli abbracci e gli applausi, il suono allegro delle parole e delle risa, il profumo intenso della felicità. Distinguiamo il timbro secco degli scatti delle macchine fotografiche che hanno “catturato” senza tregua quegli istanti, mentre riecheggiano in lontananza le melodie e i suoni che come fedeli ancelle ci hanno accompagnato. E allora danziamo raggianti, oggi come allora, tra luci e colori, mentre i tessuti che ci avvolgono prendono le fattezze dei nostri movimenti e qualche lacrima di emozione scende ancora a rigare i volti di chi ha scelto di essere lì, con noi.
Potremmo vivere e rivivere quella giornata mille e mille volte ancora.
È il potere infinito del ricordo, dello scorrere del tempo che, tra quelle mura e in quelle poche ore, si è fermato.
Ad accordare tutte le note sono stati Antonella wedding planner, Cristian fotografo, Marcello e Matteo video-makers. Loro hanno saputo dare corpo al nostro sogno con competenza, originalità e professionalità.
All’epoca, per immaginarlo, ci abbiamo davvero messo un attimo. Per realizzarlo come lo volevamo, e forse di più, abbiamo scelto di farci un regalo e di condividere le nostre emozioni con questi quattro giovani esperti, oggi amici.
Il nome del loro progetto, “The Dream Lab”, ha fatto subito breccia: un laboratorio all’interno del quale si respira la voglia di creare qualcosa di speciale, che non c’è, fatto per te. Si capisce appena si varca la soglia di ingresso di questa location: un open space pieno di luce e immaginazione all’interno di Cubo.
Il nostro incontro è iniziato così: voci e proposte, scambi di opinioni e di sguardi e, poco dopo, è arrivata l’intesa, quella perfetta. Tutti i sensi si sono destati e le emozioni hanno cominciato a prendere forma in un dialogo ininterrotto tra noi e loro.
Erano diventati parte integrante del nostro “dream”.
Gli ingredienti erano e sono di prima qualità: noi ci abbiamo messo il cuore e le intenzioni, loro una miscela sapiente di esperienze, tecniche e stili. Il modo di pensare e vivere il matrimonio per Antonella, Cristian, Marcello e Matteo esce da strade già tracciate, ammonisce l’ovvio, e si lascia trasportare dalle influenze maturate in svariati campi. Moda, food, viaggi, tradizioni e culture, tendenze, fino al completamente diverso, l’industriale: tutte fonti di ispirazione per creare l’inedito.
In “The Dream Lab” c’è un baglio di esperienze maturate in giro per il mondo, dall’Europa all’America.
E come loro anche noi abbiamo intrapreso un viaggio dove non c’era spazio per i pregiudizi, ma solo per i sogni. Quello che ne è uscito era ed è ancora oggi pura magia. Le foto quasi “rubate” hanno fermato l’attimo, lo stile elegante del video reportage ha reso viva e ancora attuale quell’emozione.
Al posto del “classico” matrimonio, ci siamo ritrovati davanti ad un evento, “unusual”, esclusivo. Il nostro evento, pensato e creato tailor made.
Tutti gli elementi erano proprio nel punto esatto in cui dovevano essere: lì per noi. Allestimenti, fiori, location, inviti, immagini e frame sono sgusciati fuori dai blasonati canoni, un po’ troppo patinati e sfarzosi, e hanno attinto allo stile pulito e autentico di “The Dream Lab”. Antonella, Cristian, Marcello e Matteo sono partiti da noi, hanno studiato i dettagli, hanno dipinto il nostro quadro arrivando al mix perfetto.
Un pianeta alternativo, sperimentale, ricercato e minimale dove ha fissa dimora l’infinita possibilità dell’immaginazione.

TESTO: GIORGIA CHICARELLA | FOTO: CRISTIAN FERRARI

ARCHIVIO:“Curry”

Il curry è una miscela di spezie dal sapore intenso, dolce e piccante, che cambia a seconda degli ingredienti e trasforma le pietanze in qualcosa di speciale. Il suo colore varia dal giallo ocra al terra di Siena bruciato e il suo odore pungente è capace di trasportarvi lontano: nelle storie antiche d’Oriente, nelle pagine delle ricette dal mondo, ma anche nelle pieghe dei ricordi delle persone.
Il curry, per noi, è il filo rosso che ha condotto due artisti che non si conoscevano a raccontare la stessa storia. Così, un pittore e una scultrice hanno narrato, con la loro arte, la storia di quel legame speciale che – lo sappiamo – a volte nasce tra due individui e che, prima, si afferma con ferocia ma poi si assottiglia sempre più, sferzato dalle ali del tempo.
La storia inizia così.
C’erano una volta una ragazza e un ragazzo che si incontrano e che con una passione travolgente si amano. Scoprono l’ardore dello scambio, le sensazioni del corpo, si mescolano e giocano con i loro cuori come fossero ingredienti di un piatto da divorare – con una fame animalesca e una passione incondizionata. I due protagonisti si sentono i soli amanti del mondo e la loro avventura diventa la loro gabbia dorata. Come solo accade durante i primi amori, essi si dimenticano del tempo tiranno. Eppure, il tempo che scorre aleggia cupo sul loro capo e lo vediamo avanzare sempre più minaccioso, sorretto da enormi gazze ladre, avide di cose preziose e pronte a portare via il piccante di questa avventura.
Come andrà avanti questa storia? Che cosa ci possono raccontare, ancora, i disegni di Samuel Mello che l’hanno ispirata? Le opere del giovane artista – classe 1995 – lasciano il racconto in sospeso e noi spettatori ci immedesimiamo nei protagonisti, rappresentati col viso coperto da una maschera e delineati da un tratto delicato e deciso allo stesso tempo. I colori sono quelli della terra: il marrone, il rosso, il verde e il blu… Si sente forte il profumo piccante del curry. In questo impasto di vita noi ci restiamo intrappolati e, senza parole, percepiamo l’odore ferino dell’impeto della scoperta dell’altro.
Ma che cosa resta dopo? Che cosa rimane di una storia passata? Come prosegue la vita quando il tempo vince sui sentimenti? Ecco che, come un fiume in piena, quando la passione violenta esonda e scorre via, a noi rimangono il fango e le ferite.
Il finale della nostra storia prende forma nelle sculture di Silvia Trappa che raccoglie il legame sentimentale dei due protagonisti e ce lo mostra in un tempo sospeso. Con il potere dell’arte, l’artista bresciana scolpisce un tempo sospeso e narra la fine di un amore: attraverso la scultura, lei riesce a imprigionare vicini i corpi di due anime ormai lontane. Osserviamo, allora, i due ex amanti: hanno il volto ormai scoperto dalle maschere, ma non si dicono niente, lo sguardo fisso all’orizzonte: a parlare, ancora una volta, sono i loro corpi che, faticosamente, emergono da una montagna di curry. Quella spezia volatile che insaporiva i loro incontri, adesso è densa e pesante ai loro piedi. Ci immaginiamo sia la materializzazione dei loro ricordi comuni che restano come macchie indelebili o, forse, ferite. Il tempo ha portato via la leggerezza evanescente del presente e ha lasciato la polvere, definita e tridimensionale, del passato.
La storia finisce nei passi di chi ha assistito al racconto: tutto si è svolto in un attimo, tra le pareti di una Galleria d’arte, in un’umida sera invernale.
L’arte, di magico, ha proprio questo: fa dialogare lingue diverse come pittura e scultura, fa incontrare studenti e professionisti davanti allo stesso scenario, sa sovrapporre in una sola visione passato presente e futuro e, soprattutto, permette che ognuno eserciti la sua immaginazione senza tirannia alcuna.
La mostra “Curry, doppia personale di Samuel Mello e Silvia Trappa” è stata inaugurata il 25 novembre 2017 alla presenza degli artisti, della curatrice, Elena Saccardi, e della direttrice artistica della galleria, Camilla Mineo. L’allestimento era un tripudio di luci e ombre grazie a un intervento di light design d’eccezione, ad opera di Alessandro Chiodo.
Al centro della sala, un cumulo di curry, il protagonista senza volto di questa storia dal sapore universale. La mostra si concluderà il 15 febbraio: venitela ad assaporare, per la prima o la seconda volta.

TESTO: GIULIA MARIA LETIZIA ROMANINI