Magazzino Cubo 4 - Cubo
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Magazzino Cubo 4

ARTI E MESTIERI: “Simone Copelli

SIMONE COPELLI: DEDIZIONE H24 AL FASHION BRAND PIÙ INNOVATIVO DI PARMA.
IL MOTTO? QUALITÁ, NON QUANTITÁ

Il telefono di Simone Copelli, 24 anni, è in vibrazione continua.
Ci incontriamo che sono le 13.00 e lui è già alla ventesima chat di lavoro della giornata.
«Dato che aspettavo te, oggi ho approfittato per pranzare».
Quarto piano del CUBO, un’insegna minimal, un ambiente elegante e informale allo stesso tempo. Sono nello Showroom di A.M. Couture, brand di moda creato dal giovane imprenditore parmigiano pochi anni fa, e già esploso.
Come nasce questo progetto?
«A.M. Couture non nasce per caso: mia madre lavora nel settore della moda e da lei ho appreso molto. Da questa base molto solida, però, ho creato un brand che è cresciuto nel tempo».
Una scelta piuttosto ardita, considerando che il mercato in questo settore è apparentemente già molto saturo…
«Una scelta folle! Intraprendere questo lavoro è stata una vera pazzia.
Però alla fine ha funzionato. Sono partito con la creazione di semplici cuffie – delle cuffie basiche, in jersey, brutte ti direi adesso… Le facevo vedere agli amici nella cantina di casa, poi il progetto ha preso più corpo con i bermuda – forse il capo per cui siamo riconosciuti maggiormente – e, di giorno in giorno, lo stile si è evoluto».
Quanto conta avere un progetto?
«Avere un’idea precisa di quello che si vuole fare è fondamentale, permette di vedere tutte le difficoltà come ostacoli funzionali a raggiungere una destinazione. Il resto è tutto impegno e dedizione».
Una dedizione totalizzante?
«Assolutamente. Io lavoro sempre, sempre. Dal primo di gennaio ad oggi potrei contare forse sei giorni di vacanza…»
E non è solo per il numero delle ore, Simone mi racconta di trasferte in giornata massacranti, strategie di comunicazione avviate e gestite personalmente, una rete commerciale intessuta di relazioni e fiducia (quella che ogni brand vuole, no?).
«Seguo tutto io, tutto con attenzione estrema. Se capisco che qualcuno può essere interessato ai miei capi, per stile di vita o modo di vestire, mi propongo e gli faccio visita direttamente, con le proposte di A.M. Couture

Di che stile stiamo parlando?
«Uno stile decisamente non provinciale. Mi ispiro a ciò che vedo in ambito internazionale per poi ricondurre il progetto al mio gusto specifico. Creo modelli con una linea e un’identità precisa.
Non sono vestiti per tutti, specialmente a Parma dove lo stile è piuttosto omologato».
Progetti di migrazione?
«Un domani, perché no. Però la sede rimarrà qui a Parma, al CUBO. A strettissimo raggio, nel nostro territorio, abbiamo il controllo di tutta la linea produttiva e collaboriamo con fornitori altamente specializzati, per avere tessuti e rifiniture di ottima qualità.»
Un vero Made in Italy!
«Esatto, noi scegliamo e facciamo il vero Made in Italy, artigianale e sartoriale. I costi sono notevolmente più alti, ma preferiamo la qualità alla quantità. Dai tessuti alla pelletteria, scegliamo con cura la materia prima. Ogni capo può essere personalizzato ed è realizzato qui».
E con qui intende proprio qui, perché la sartoria è dall’altra parte del pianerottolo.
Come sei arrivato al CUBO?
«Per caso, tramite un amico che conosceva lo spazio. Il quarto piano non esisteva nemmeno, c’era poco più che le pareti. Sono entrato ed è stata una decisione immediata “devo avere questo posto”. Così è stato, e ne sono felice: siamo in una delle poche realtà in provincia in cui si respira un clima metropolitano, internazionale, contemporaneo e attuale. Potremmo essere a Berlino».
Quanto conta la creatività e l’intraprendenza per fare business?
«Conta soprattutto l’impegno. Lo spazio per fare impresa, per creare lavoro, c’è. Bisogna fare la fatica di prenderselo. In questo, vedo che pochi hanno davvero voglia e che, anche chi ha delle belle idee, poi non si impegna per realizzarle. Ma la chiave è tutta qui: bisogna lavorare tantissimo, sacrificare molto tempo libero. La vita cambia molto rispetto ai ritmi da studente. Ma è un cambiamento che ripaga».
Non ci sono mai momenti in cui pensi “ma chi me l’ha fatto fare”?
«Certo, a volte è dura, ma affrontare i problemi, per chi lavora e per chi fa impresa, è normale.
Poi si va avanti, e le soddisfazioni sono sempre più grandi».

TESTO: GIULIA MARIA LETIZIA ROMANINI
FOTO: CRISTIAN FERRARI

ARTI E MESTIERI:“Ildiko Fekete”

I mattoni li ha posati uno sull’altro, con coraggio e tenacia. Certo, pesare pesavano, ma non ci ha pensato troppo, li ha scelti con cura, uno a uno, bellissimi, diversi, creativi. Così, cementando abilmente quello che aveva e ricercando quello che le mancava, mattone dopo mattone, ha costruito la sua parete. Perfetta nella sua evoluzione costante, senza un soffitto da toccare, se non il suo.
Una storia di cambiamento e di passione, di quelle che ti fanno dire “Se vuoi puoi”. E c’è chi lo ha fatto, partendo dalla propria testa e dal proprio cuore per arrivare dov’è oggi, compagna di vita, mamma e professionista indipendente.
Ildiko Fekete, ungherese, nata a Bratislava in Slovacchia, laureata in letteratura straniera, è approdata in Italia per amore ed è diventata manager per il mercato europeo nel campo dei mattoni a vista. Il suo spazio aperto, non è un caso, lo ha scovato all’interno di Brain, negli spazi del CUBO.
“Quando sono arrivata a Parma, quattro anni fa, ho cercato un luogo creativo, un coworking che potesse offrirmi degli stimoli; dove le persone si costruiscono il futuro che vogliono. Brain era il posto giusto e l’essere diventati parte integrante di una realtà come quella del CUBO, ci ha permesso di dare voce, ancora di più, a questa nostra voglia di andare sempre oltre, di inventare e creare”.
Ildiko ha un DNA internazionale, maturato viaggiando, e da imprenditrice, tramandato di generazione in generazione. “Nella mia famiglia siamo tutti imprenditori. Mio padre ha un’azienda che opera nel campo della logistica e mio fratello, partendo da zero, giovanissimo, ne ha aperta una nel nostro Paese che lavora ed esporta mattoni a vista”.  E proprio grazie a lui che Ildiko ha scelto di entrare in questo settore. Prima, ha lavorato a Madrid per una Scuola che offriva corsi in lingua spagnola; attività che ha portato avanti grazie all’ online anche in Italia: “Un impiego molto comodo – lo definisce – perché mi gestivo il tempo come volevo e lavoravo da casa”. Ma a poco a poco, si è resa conto che avevo bisogno di altro, di uscire, di conoscere persone, di fare qualcosa di suo. Così ha deciso di provare ad aprire al mercato italiano l’azienda di suo fratello. La prima domanda viene da sé, ok, ma come? Da dove si parte?

“In quel periodo abitavo a Roma con il mio compagno, conoscevo poche persone e non parlavo benissimo l’italiano. Ho fatto “saccoccia” di tutte le mie paure e ho deciso di buttarmi. Mi sono messa a cercare uno spazio di coworking con degli architetti, in modo da poter entrare in contatto con realtà e persone a cui potesse interessare il mio settore. I primi anni è stata davvero dura, anche perché si trattava di un ambito prettamente maschile ed entrarci non era così facile”.
Doveva essere credibile, sicura e tosta; e lo è stata: un passo alla volta, grazie alla collaborazione dei colleghi e ai consigli del compagno e del fratello, sono arrivati i primi lavori. “All’inizio erano piccoli, ma la soddisfazione che provavo – ricorda – era davvero impagabile e mi ha dato sempre più forza. L’ingresso nel mercato italiano mi ha poi aiutata ad aprirmi anche ad altri mercati”
Aveva imboccato la strada maestra.
“Quando abbiamo deciso di trasferirci a Parma, – racconta Ildiko – ho dovuto fare un altro salto; certo, avevo dei clienti acquisiti che, grazie al digitale, potevo seguire anche a distanza, ma dovevo trovare un nuovo spazio, nuovi colleghi e nuovi clienti. Mi sono detta, se il coworking ha funzionato a Roma perché non può funzionare anche a Parma?”.
E infatti ha funzionato. Ed è anche arrivato il primo progetto importante: 800 metri quadrati di villette a Modena.
Poi Ildiko ha cominciato ad interessarsi anche ad altre attività. “Con i ragazzi del Brain abbiamo realizzato il primo catalogo e oggi mi sto interessando molto anche alle strategie di marketing”.
Cosa le è servito per cambiare?
“Coraggio, obiettivi, interessi e formazione costante, tenacia, ma anche stimoli differenti, strategia e determinazione. Il contesto in cui sei e le persone di cui ti circondi sono fondamentali. E poi, non bisogna mollare mai. Spesso quando si apre una propria attività ci sono dei tempi morti, attese che non sai come riempire, ma se li sai sfruttare a tuo vantaggio per apprendere e conoscere, sono una fonte preziosa di cambiamento e crescita. Bisogna crederci”.

TESTO: GIORGIA CHICARELLA | FOTO: CRISTIAN FERRARI

MAESTRANZE “Pois

Una squadra a Pois

Lavorare in modo indipendente: tre parole pro, tre parole contro
F:Non è facile… Tre pro: libertà, creatività, responsabilità.
Tre contro: totalizzante, rischioso, emotivamente stancante
V: E vacco can… che domanda difficile! Allora, tre pro: responsabilità, indipendenza e creatività.
Contro ingenuità e instabilità.
Pois in due. Lavorare con FEDERICA/VALENTINA:
due pro, due contro
F:Due pro: sicuramente confrontare le idee, in due è più facile. Siamo anche amiche e questo facilita il nostro dialogo, anche nel lavoro. Contro: sicuramente a volte perdiamo tempo e poi capita che i nostri problemi personali influiscano sul lavoro perché conoscendoci bene è difficile mantenere le due cose separate.
V: Due pro: avere sempre qualcosa da dire, nuove idee, più teste e più personalità; colmare il vuoto che si crea nelle difficoltà che si hanno a vicenda.
Contro: il carico d’ansia che si crea nel collaborare continuamente con la stessa persona; le sue ansie diventano anche le sue e viceversa.
Fare squadra con FEDERICA/VALENTINA per te cosa significa?
F: L’unione fa la forza!
V: Collaborare, condividere, aiutarsi, crescere.
Cosa hai dovuto cambiare di te stessa per essere una lavoratrice indipendente?
F: Sono partita da un tirocinio e ho avuto la possibilità di investire tutta me stessa in questo lavoro. Sicuramente il mio modo di vivere è diventato più responsabile.
V: Avere il coraggio di fare certe cose come chiamare le persone, parlare in pubblico… diciamo che ho imparato ad essere più spontanea in certe situazioni dove mi prima mi tiravo indietro.
Che cosa serve per cambiare?
F: Secondo me è tutto dato dalla volontà. Se vuoi cambiare, puoi farlo. Sembra banale ma è proprio così.
V: Il coraggio. Il coraggio di fare quello che vuoi anche se non sempre è la scelta più facile.

Cosa hai imparato lavorando accanto a FEDERICA/VALENTINA?
F:
Sicuramente lavorare in due non è sempre facile, questa esperienza mi ha insegnato ad ascoltare e interiorizzare il suo parere mi ha spesso arricchito.
V: Che devo essere più coscienziosa e responsabile, lei lo è sicuramente più di me.
cosa ha imparato FEDERICA/VALENTINA da te?
F: Domanda difficile. Forse la Vale potrebbe aver imparato da me ad essere più sciolta nel parlare in pubblico. Prima era un po’ più bloccata, adesso è pronta.
V:Ancora non lo so, magari lo scoprirò. Spero che in futuro ci saranno altre occasioni per capirlo.
Com’è il tuo atteggiamento nei confronti del lavoro?
F: Di sfida, ma in senso positivo. Nessuna sfida è impossibile.
V: Piuttosto razionale e obbiettivo.
Cosa diresti a un neolaureato che deve scegliere il suo futuro lavorativo?
F: Creati tu il tuo futuro e scegli di fare qualcosa che ti piace davvero: fa la differenza.
V:Di scegliere che cosa vuole fare nella vita e di farlo.
Cosa diresti invece a qualcuno con molta esperienza che ti chiede qual è il tuo valore aggiunto?
F: Forse la volontà di rompere gli schemi. Think out of the box!
A volte l’inesperienza e la giovinezza danno uno sguardo diverso ad un tipo di lavoro che, altrimenti, sarebbe stato fatto in un certo modo.
Nuovi progetti in vista?
F: Sì!
V:Sempre nuovi progetti in vista, esattamente quali lo scopriremo. Però, il 19 ottobre ci sarà la Festa del Magazzino CUBO! Non mancate!
Come e dove vedi FEDERICA/VALENTINA fra dieci anni?
F: La vedo sempre una Pois, magari non solo a Parma…
V:Non lo so, spero che dovunque sia e qualsiasi cosa stia facendo sia felice.
E come ti vedi tu fra dieci anni?
F: Con le rughe, però rigorosamente a pois!
V:Non lo so, è un brutto momento per farmi questa domanda.
Cosa direbbe FEDERICA/VALENTINA se tu le dicessi che vuoi cambiare sede e hai trovato un ufficio in centro?
F: Troppo tradizionale.
V:Inizialmente che cosa fai e perché! Pensi che andare in centro sia meglio?

TESTO: GIORGIA CHICARELLA E GIULIA MARIA LETIZIA ROMANINI
FOTO: CRISTIAN FERRARI

ARTI E MESTIERI:“Chelcie Poole”

L’energia dell’evoluzione.
Intervista a Chelcie Poole, Brand Manager a Caffeina.

C’è una sensazione strana che affolla la tua mente mentre intervisti qualcuno e sei consapevole che ti sta cambiando. Lo respiri, lo senti sulla pelle, lo vivi: energia, emozione, coinvolgimento, trasporto.
Sei lì, ma anche altrove. Basta un’ora e dopo sei diverso. Non accade spesso, ma a volte accade. E con lei è successo. “Il mondo non mi deve nulla, se voglio qualcosa me lo devo creare da sola, cercare le occasioni giuste e imparare, sempre e tanto, da tutto”. Chelcie Poole è un mix perfetto di coraggio, forza, cambiamento e una passione che rompe tutti gli argini. Un viaggio che non finisce e, mentre cammini con lei, vai come una freccia, in bilico sul sottile filo della differenza tra intelletto e fatto. Ha 24 anni, è nata vicino a Manchester e a soli sedici anni è volata in Toscana per vivere un’avventura ed insegnare equitazione in inglese ad allievi della sua età. Oggi Chelcie lavora come Brand Manager a Caffeina e ha vissuto sulla sua pelle, alcuni mesi fa, l’ingresso dell’Agenzia negli spazi del CUBO. All’inizio, abitava a Milano e faceva la pendolare poi, ha deciso di trasferirsi a Parma. Lei, che non si era neppure candidata per quella posizione, bensì per altre due, ed è stata scelta, un anno fa, dalla direzione proprio per quel ruolo. Perché? Me lo domando anch’io. “Non sapevo cosa volesse dire lavorare come Brand Manager fino al primo colloquio; quando me lo hanno spiegato, ho capito: non solo era bellissimo, ma anche perfetto per me”.
Ripenso al claim di Caffeina e capisco “Ideas never sleep”. Chelcie e quella frase sono un tutt’uno. L’assonanza la comprendi se le parli.
Laureata all’Università di St. Andrews in Scozia in “Italian and Modern History with Distinction in Spoken Italian”, una delle più prestigiose e rinomate Università del Regno Unito, oltre a storia moderna, ha studiato letteratura inglese, arte, teatro, filosofia, metafisica e antropologia sociale. Padroneggia alla grande il vasto mondo del digital, parla francese, italiano, anche un po’ di spagnolo e tedesco e, ovviamente, inglese.
Ha vissuto a Londra con una borsa di studio, a Verona durante l’Erasmus, a Parigi per un anno sabbatico, a Milano e infine a Parma. Ha viaggiato tanto, spesso da sola, e andando in profondità: America, Italia, Vietnam, Cambogia, Zambia. “Mi piace conoscere da vicino la storia e le tradizioni che ho studiato sui libri” racconta.  Va a cavallo, gioca a polo, fa surf e windsurf. E tutto questo non basta per descriverla.
“A settembre del 2010 mi sono trasferita a Londra per svolgere gli ultimi due anni delle superiori. Nel corso del primo anno il mio professore mi ha suggerito di aggiungere al programma di studi un’altra materia, l’italiano, a patto che durante l’estate mi fossi impegnata per apprenderlo da sola”. E lei non si è certo tirata indietro. “In Toscana, dov’ero già stata, molte persone parlavano inglese e visto che so che la mente prende sempre la via più comoda, ho preferito scegliere una località del Salento dove sarei stata costretta a parlare italiano”. Così Chelcie ha trascorso quattro mesi ad Otranto, nel profondo Sud, lavorando in un hotel e vivendo con la famiglia che lo aveva in gestione.

“Il primo mese è stata durissima – chiarisce -, non riuscivo a comunicare con nessuno. Ma non ho mollato e ho deciso di sfruttare la mia passione per il surf; era un’occasione per fare relazione. Il mattino stavo alla reception e il pomeriggio con un autobus andavo in una spiaggia a chilometri di distanza dove praticavano windsurf. Ho imparato a fare anche quello e, così facendo, ho stretto amicizia. L’estate del 2012 – rammenta – ci sono tornata perché mi mancava il gruppo che si era creato su quella spiaggia”.
Quando è rientrata a Londra Chelcie pensava di sapere l’italiano, ma il suo professore non l’ha fatta sedere sugli allori. “Il mio era un italiano da strada e il mio professore mi ha consigliato un libro di grammatica, un tomo pesantissimo, che mi portavo sempre dietro in giro per la città. Dopo alcune settimane, sono tornata da lui dicendo che avevo terminato tutti gli esercizi. Lui ha capito che non stavo scherzando. Da quel momento mi sono divertita moltissimo perché potevo parlare in italiano anche di temi più complessi, arte, cultura, moda, politica…”.
Dopo Londra, ha proseguito con l’Università iscrivendosi alla celebre St. Andrews. Ma sono l’Erasmus a Verona e lo studio della filosofia ad aver giocato un ruolo decisivo. “Mi hanno aperto ad un mondo diverso, la mia mente è diventa sempre più elastica, era tutto molto più dinamico e complesso. Una volta tornata in Scozia ho capito che avevo bisogno di entrare in contatto con una realtà più grande per poter fare la differenza”. Appena laureata, ha scelto di intraprendere la strada della giurisprudenza – “la più adatta visto il mio background” – ed è entrata per uno stage di un mese in uno studio di avvocati nel cuore della capitale inglese. “In quel momento ero profondamente incerta sul mio futuro e forse, solo per paura, avrei anche potuto decidere di restare, ma fortunatamente ho fatto una scelta diversa; quella non sarebbe stata la mia strada”.
E infatti è volata oltre la Manica, puntando diretta su Parigi dove ha lavorato come ragazza alla pari per alcuni mesi.
“E poi – ricorda -, le persone come ti sorprendono nel bene e nel male. Ripenso alla prima volta che sono stata in Puglia: ho conosciuto una coppia tedesca ospite dell’Hotel dove lavoravo; un giorno, visto che stava piovendo, ho ritirato anche le loro scarpe per timore che si bagnassero. Sono rimasti così sorpresi dal quel gesto gentile che mi hanno regalato una bottiglia di vino. La conservo ancora, anche se vuota, perché mi ricorda che non posso giudicare le persone senza prima averle conosciute”. E lo racconta con quell’espressione appassionata e assetta di stimoli che contraddistingue i caratteri più brillanti. Da Parigi, dove ha vissuto per quasi un anno, a Milano…la scelta più ovvia per chi vuole cercare lavoro in Italia! “Non potevo tornare a casa, ero cambiata troppo”. Quindi ha fatto un altro salto: ha realizzato un progetto di comunicazione per un ostello che, come ricompensa le ha dato alloggio gratis nel cuore pulsante dell’Italia. Poi ha trovato casa e ha cominciato a fare diversi lavori sempre nell’ambito della creatività, finché non è arrivata Caffeina.
“Non tutte le agenzie hanno un Brand Manager, noi sì, perché lavoriamo nel B2B ma con un atteggiamento B2C – lo spiega molto bene Chelcie che si occupa di curare la reputazione di Caffeina, sia internamente sia esternamente -. Siamo costantemente impegnati nella crescita della nostra agenzia: dagli eventi interni, per condividere le esperienze con i colleghi, alla comunicazione sul web e sui social network”.
Ma anche l’accoglienza dei nuovi assunti è un aspetto fondamentale: “Curiamo ogni minimo dettaglio, dalla scrivania alla presentazione di tutta la struttura. L’obiettivo è trasmettere a tutti e da subito il concetto di squadra. Perché in un ambiente di lavoro sereno e dinamico, il cambiamento non fa paura e la crescita è una conseguenza naturale”.
E sulla scelta del CUBO non ha dubbi. “Inserirci all’interno di questi spazi rispecchia esattamente tutto quello che siamo e si sposa alla perfezione con la nostra filosofia e con il nostro desiderio di evoluzione costante, ma anche con il ruolo sociale e culturale che aspiriamo a riscoprire”.
Basta guardare il loro ambiente di lavoro, aperto e con moltissima luce.

TESTO: GIORGIA CHICARELLA | FOTO: CRISTIAN FERRARI

REGISTRO:“L’architettura va oltre l’architettura”

INTERVISTA A VITTORIO UCCELLI

Gli studenti del Politecnico di Milano,sede di Mantova, al CUBO con un progetto di rigenerazione urbana

L’arch. Vittorio Uccelli ha avviato, in collaborazione con Marco Mazzoni e l’architetto Guillaume Pacetti, un progetto di riqualificazione urbana dell’area retrostante il CUBO.
In questa sfida, volta a restituire identità a questo spazio cittadino, saranno coinvolti gli studenti del Laboratorio di Progettazione Architettonica III, sez. B, che Uccelli tiene come docente alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, sede di Mantova.
Incontro il professore nella quiete di un pomeriggio di fine estate e l’intervista diventa l’occasione per una riflessione molto lucida sulla responsabilità etica dell’architettura e della professione dell’architetto.
Quali cambiamenti importanti ci sono stati nel tuo percorso professionale?
Io potrei dirti che detesto i cambiamenti, perché sono pigro, ma i cambiamenti sono inevitabili e credo sia importante accettarli di buon grado per farli diventare delle occasioni. Per quanto riguarda la mia professione, ho sempre pensato che un architetto debba tenere insieme molti aspetti. Non soltanto il progetto e la costruzione, ma anche lo studio e la ricerca. Per questo io affianco, all’esercizio della professione pratica, anche l’insegnamento e la ricerca al Politecnico. Ho conseguito un dottorato proprio per la curiosità nata dalla pratica e, portato a termine quel progetto, ne ho avviato subito un altro. I cambiamenti sono legati a questi percorsi differenti: ti sembra di avere imparato la professione e subito si crea lo spazio per metterla in discussione e apprendere qualcosa di nuovo.
Il cambiamento è ciò che porta a una crescita.
Questo atteggiamento si comunica anche all’esterno: si creano così le basi fertili per avviare progetti con gli studenti…
Sì, certo, a patto che si tenga sempre come punto fermo il confronto. Ad esempio, quando lavoriamo in aula con gli studenti, trovo importante che tutti i 50 presenti condividano i progetti, come in una sorta di bottega, in cui ognuno è al corrente di ciò che gli accade intorno. Ognuno di noi ha le proprie attitudini e le proprie preferenze, ma cerchiamo di confrontarci in modo dialettico, per raggiungere una visione comune di progetto. In architettura, soprattutto in passato, la condivisione è sempre stata importantissima, in modo più o meno dichiarato. Pensiamo all’architettura medievale, a quella barocca o a quella romana solo per fare alcuni esempi. Oggi questo punto di vista comune è più faticoso, siamo più individualisti, però io sono convinto che Borges avesse ragione quando diceva che “l’immagine che un solo uomo può formare non tocca nessuno” 1 (La ricerca di Averroe). Noi, in architettura, dobbiamo confrontarci con la storia intera e non con il momento contingente.
Come è possibile oggi confrontarsi con la storia, per un architetto?
A luglio ho pubblicato un libro frutto del lavoro svolto a Montechiarugolo in condivisione con gli studenti. Si intitola Il segreto della persistenza e lo stile del desiderio. La forma rinvenuta nel progetto della città antica (Aion Edizioni, Firenze 2018) e spiega come sia proprio la persistenza che permette all’architettura di superare il tempo e il luogo. L’estemporaneità fa parte della moda e di altre forme espressive “stagionali”, non dell’architettura.
Come si inserisce in questo discorso il progetto di rigenerazione urbana dell’aerea del CUBO?
Il progetto è volto alla rigenerazione urbana della zona industriale retrostante il CUBO. Ci confrontiamo con un tratto di città che si trova a metà tra il centro storico e la periferia, in uno spazio dove si risente della progressiva perdita di identità. Siamo vicini a un’importante via di comunicazione e c’è un’area verde che vogliamo valorizzare. C’è poi una tensione tutta particolare che si concretizza nel muro del cimitero della Villetta, che a me ricorda – con una certa dose di immaginazione – la composizione architettonica straordinaria a cui assistiamo al Campo dei Miracoli di Pisa, dove i monumenti trovano ancora più senso perché trattenuti dalla tensione esercitata dalla lunga cinta muraria del camposanto. La situazione qui è chiaramente diversa ed in divenire, ma è interessante poiché troviamo tutti gli elementi che spiegano la complessità della città oggi.
Gli studenti come rispondono a tutte queste suggestioni?
Gli studenti sono bravissimi. Capiscono che per me è più importante la dedizione rispetto al talento. Col talento ci nasci, mentre la dedizione è una scelta che compi ogni mattina. Gli studenti che arrivano nella mia aula spesso hanno scelto il mio corso, pur sapendo che è molto difficile, soprattutto nei primi mesi, capire il metodo e stare al passo con gli obiettivi che fissiamo noi insegnanti. Certo, anche lo spogliatoio è importante! Perciò cerchiamo di motivarli dando loro obiettivi importanti, sfidandoli per spronarli a dare il meglio. I nostri amici apprendisti comprendono ben presto che abbiamo un’idea alta dell’architettura e che è nostro proposito raggiungere quel livello: con o senza di loro.
Quest’anno li ho un po’ spiazzati. Anziché lavorare come al solito su luoghi storici, sono partito dal CUBO. Un luogo con una certa densità creativa che però è solo la testa dell’iceberg dei problemi della città contemporanea. Il metodo di lavoro anche in questo caso è sempre lo stesso: noi non cerchiamo mai le forme tout-court, soprattutto se prive della loro ragione interna, ma ci poniamo sempre di fronte alle questioni che l’architettura pone, cercando le forme che comprendiamo essere già presenti nel luogo.

Andate dunque a problematizzare l’architettura in senso lato?
Sì, sempre, indipendentemente dal periodo storico. Certo, ogni architettura ha le sue peculiarità ma le questioni sono sempre quelle e sono questioni sollevate dalle relazioni fra gli elementi.
Prima di essere forme da copertina, l’architettura è relazione, un mezzo per fissare delle relazioni.
Stamattina a lezione ho affrontato il rapporto tra l’architettura e la linea dell’orizzonte. Le architetture che noi realizziamo devono esercitare una critica attiva nei confronti di quel luogo e completarsi attraverso quel luogo.
Tenere conto di questo punto di vista è una delle nostre missioni progettuali.
Gli studenti seguono questo atteggiamento così profondo e serio?
Sì, cerco subito di trasmettergli questo senso di responsabilità fondamentale, direi civile. L’architettura ci sopravvive, occorre tenerlo presente.
Come è cambiato l’atteggiamento degli studenti nel tempo?
Proprio questi discorsi legati alla questione etica sorprendono un po’ gli studenti di oggi. Rinunciare alla forma fine a sé stessa, sentire il peso del proprio agire perché l’architettura ci sopravvive, questo non è un valore così scontato per le nuove generazioni (così influenzate da mezzi di comunicazione in cui il contenuto ha il peso giusto dei pochi minuti in cui è visibile…).
Però è fondamentale, perché la caratteristica primaria del nostro operato è forse proprio la durata, il suo rapporto con il tempo, con tutto ciò che ne consegue.
L’Architettura è molto di più di architettura.
L’architettura è società?
L’architettura, perché si confronti con il tempo, dovrebbe prevedere una certa oggettività (sul piano delle ragioni delle forme, della loro intelligibilità, ecc.). Tuttavia la componente individuale è inevitabile… Vorrei capire davvero la misura a cui rifarsi per capire il giusto equilibrio fra oggettività e self; ma “l’ansia di certezza”, per dirla con Raichenbach, tende a prevalere nell’intento di condividere le scelte operative 2.
Sicuramente resto perplesso di fronte a certi tentativi di volersi affermare prima di tutto come artisti, creativi o cos’altro, da parte di certi architetti che realizzano opere fintamente emozionali, inutilmente storte e stravaganti. Resto perplesso perché, alla fine, i pavimenti sono sempre “in bolla” e non scivolosi, e le porte “a piombo” e grandi a sufficienza per poterci passare. E questo mette in evidenza la volontà formale fine a se stessa. In Che ci faccio qui? il maestro di Bruce Chatwin ammoniva: “Non si lasci mai intralciare da preoccupazioni artistiche” 3.
Per fortuna, a differenza di quanto accade in arte, noi architetti possiamo appoggiarci alla stampella della funzione, al mestiere del progettista che risolve le questioni. Nel nostro ambito ci sono ancora dei parametri di riferimento legati al paesaggio, al luogo e all’uso. Ecco quindi che non mi voglio lasciare intralciare da preoccupazioni artistiche, perché voglio rimanere vicino ai bisogni a cui risponde il mestiere dell’architetto, comprese anche le questioni espressive. Quando si svolge bene un compito si arriva comunque alla creatività; ma se si parte dall’affermazione di se stessi, spesso si finisce per scimmiottare, per banalizzare, e si perde il senso di ciò che si sta facendo: si perde il senso dell’architettura come forma d’arte collettiva. Come accade a certi cantanti rap dell’ultima ora: non funzionano perché arriva prima l’immagine del contenuto, si sono vestiti da rapper senza averne la storia, ovvero non è il contenuto che ha forgiato l’immagine e quindi non sono credibili.
Davvero, l’Architettura non è mai soltanto architettura.

1 cfr. Jorge Luis Borges, scrittore argentino, n. 1899 – m. 1986
2 cfr. Hans Reichenbach, filosofo tedesco, n. 1891 – m. 1953
3 cfr. Bruce Chatwin, scrittore britannico, n. 1940 – m. 1989. L’opera cit. è What Am I Doing Here?, 1988.

TESTO: GIULIA MARIA LETIZIA ROMANINI