Magazzino Cubo 5 - Cubo
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Magazzino Cubo 5

i guardi, mi scruti, mi osservi fino ad
arrivarmi alle viscere! Hai paura che ti scappi?
Che ti travolga mentre passo? Ah come, ti nascondi bene!
A volte corri veloce pensando di battermi.
Scivoli sulle cose, ci voli sopra, le mangi e poi le vomiti perché sei strapieno e quando ti rivolti nel letto, nel buio,
la tua mente sprofonda!
Te lo chiedi è? Cosa mi ricordo di oggi?
Ho letto, ho visto, ho amato,
ho abbracciato qualcuno?
Mi sono abbracciato?
Che cosa ho imparato o sentito di nuovo?

Ma niente, anche se ti sforzi non ti ricordi!
Sei famelico, moderno e veloce! Fai il barbaro?
Dai giochiamo a dadi, vediamo chi vince!
Sei sfacciato.
Il problema, vedi, è che io con te non gioco. Io ti amo! Io ti aspetto ogni giorno, sei tu che non mi aspetti.
Sei tu che scappi e mi divori, non ti curi di me!
Sempre così “go fast – go far”.
Tu uomo digitale che non hai più tempo per me che sono tuo, che non hai tempo per leggere…per dedicarti, per volermi.
E pensare che io ti amo tantissimo.

il Magazziniere

Ogni volta lo aspettiamo sulla soglia poi, quando arriva,
ci spaventa il suo fardello bellicoso.
E allora, dopo tanto tumulto e baccano,
mentre gli altri dormono ancora,
lui si avvia al tragitto solitario e silenzioso.
Sulle spalle tutta quanta l’artiglieria;
e la lucida ogni giorno con cura.
Uno ad uno, lui mette nel suo sacco:
i buoni propositi,
le belle speranze,
le velleità artistiche,
le grandi promesse,
i desideri segreti,
i bisogni impellenti.
Così carico e ammaccato,
a ben guardarlo ha un volto buono e sorride sotto i baffi.
Calca il suolo a passi pesanti e ci trascina,
restii, verso il futuro.

Ladro impudente di un filibustiere!
Basta che ci si perda un minutino
in un bicchier d’acqua,
basta che si vada un attimo a menar il can per l’aia,
insomma non appena si dorme e non si piglian pesci – e io dico, che sarà mai, per una volta!
Solo star lì e non prender pesci? – ma lui, no! Ché arriva e passa, ruba tutto e ben ci squassa.
Scaltro, svelto, beffardo
e ardito, schizza via allegro e ci abbandona impunito.
Ebbro di vita sbeffeggia il nostro stato, proprio come il pesce…
Che non abbiam pescato.

“Dunque, voi cercavate l’esempio
per fermare lo scorrer del tempo.
Io vi dico che in questo maniero,
lo trovate già prigioniero.
Nei miei occhi e nei mille volumi
gli anni scorrono e trottano a fiumi.
Qui trovate risposte insperate
a domande non ancora pensate;
qui si accumula tutto il sapere,
(tutto quello che saprete vedere)
e ai racconti di prìncipi e eroi,
si aggiungono quelli dei pazzi come voi.
Voi volete che io fermi il tempo
al riparo da morte e maltempo.
Basta scendere giù nel profondo:
io vi porto agli albori del mondo.
Memoria è il mio nome e il mio maniero
è il custode di ogni singolo pensiero.
C’è chi resta qui per sempre a riposare
e chi ritorna lieto al mondo a tribolare.”

Non ho cittadinanza o fissa dimora,
l’universo è la mia casa.
Non ho origine,
sono l’origine.
Non ho luogo, sono ovunque.
Non ho diritto, ci sono per diritto.
Non ho fine. Esisto a prescindere.
Non ho razza o religione,
non ho sesso. Semplicemente sono.
Sono povero e ricco;
sono tutto.
Io sono esattamente dove sei tu

Ma li vedete gli stormi nel cielo?
Ma li vedete i prati fiorire?
Ma li mordete i frutti maturi?

Guardare il cielo fa lieto il cammino:
Canta e strimpella su corde stonate, danza leggero.
Ed è subito estate.

Ciao, mi vedete? Mi avete visto.
Perché mi ignorate?
Vi do fastidio.
Sono l’eco di un’ironia perduta e rimbalzo
tutti i vostri fetidi luoghi comuni.
Faccio a pezzi le vostre turpi ideologie
e con le pose manierate io ci gioco a palla.
Non ridete? Ah! Non vi fermate neanche a guardarmi!
Razza di adorabili babbei.
Sono io! Sono io quello che vi manca.
Sono io quello che vorreste essere quando vi scoprite sleali e meschini,
quando falliscono le relazioni,
quando non trovate neanche una parola gentile
e vomitate le vostre paure.
Vi faccio schifo perché sono un pezzente, uno spostato,
un diverso, senza sesso
senza nome senza professione.
Vi facevo ridere un tempo ma ora, voi sapete soltanto ridacchiare.
Non vi stupite neanche quando mangio il fuoco.
Non vi fermate se cammino a testa in giù.
Neanche un sorriso se mi metto a cantare.
Folle cialtrone chi, con mestizia
del farsi giullare ha scordato letizia.

_TEMPO: Allora, scrivi. “C’era una volta il tempo…
_SCRITTURA: Ma come scrivo, così! Prima ragioniamo un attimo.
_TEMPO: Insomma, su cosa vuoi ragionare? Scrivi e basta.
Tanto senza di Me, Tu non hai senso.
_SPAZIO: Non ha senso? Ma guarda cosa mi tocca sentire. E io? Io non conto niente?
_SCRITTURA: Giusto, Lui non conta?
_TEMPO: Alloraaaa voi due, ascoltatemi bene. La Scrittura esiste perché ci sono.
Senza di me, lo ripeto, Lei non ha senso.
_SPAZIO: Ah certo, come no. Il solito arrogante. Facciamo così, Scrittura, scrivi un po’, tipo: Lapissino, da làpis sostantivo maschile dal latino lapis «pietra».
_SCRITTURA: Scusa, cosa scrivo?
_SPAZIO: Eh però, ti ci metti anche Tu; scrivi che è quello che sai fare meglio!
Mica è un poema, son tre parole. Allora, ripeto: Lapissino,
da làpis sostantivo maschile dal latino lapis «pietra».
Scrivi qui; vedi, proprio qui, su questo foglio bianco.
Se scrivi si vede quello che dico e mi spiego meglio.
_SCRITTURA: Si va bene, ma calmati anche Tu, cosa urli! Allora scrivo, La-pis-si-no, da làpis so-stan-ti-vo ma-schi-le dal la-ti-no la-pis «pie-tra». Ecco fatto.
_SPAZIO: Ohh, guarda il foglio. Ehi Tempo, dico a te, guarda lo spazio tra le lettere;
lo vedi? Se non ci fossi Io, lo Spazio, queste parole non avrebbero valore.
_TEMPO: Certo dimenticavo, adesso Tu conti più di Me!
_SPAZIO: Eh ma che è! Non ho detto che conto più di Te, sempre in gara.
Conto non di più, ma come Te.
_TEMPO: Vuoi dire che la Scrittura si articola nello Spazio e nel Tempo?
E dovrei crederci?
_SPAZIO: E che cavolo, non crederci allora. Ma i fatti parlano.
Guarda il foglio, la vedi la frase scritta. Togli gli spazi.
_SCRITTURA: Chi? Io?
_Spazio: Sì Tu, sempre Tu; togli gli spazi tra una parola e l’altra.
Vedrai che non hai senso, tu cara la mia Scrittura.
_SCRITTURA: “LapissinoDalàpissostantivomaschledallatinolapispietra”. Così?
_SPAZIO: Sì, proprio così! Che senso ha sta roba se non ci sono Io tra una parola e l’altra? è lo Spazio tra una lettera e l’altra che da senso alla Scrittura.
_TEMPO: Tempo e Spazio, unica entità omogenea? Non so, devo pensarci. Comunque… scrivi: “C’erano una volta lo Spazio e il Tempo…”

Sono qui.
La grande caverna in cui scivolano
silenziosi tutti i pensieri mai espressi,
i quesiti mai risolti.
Gli uni sopra gli altri si ammucchiano,
si attaccano alle pareti di sale.
Alla disperata ricerca di una risposta,
ma una risposta non c’è.
Sono un mistero persino per me stesso.
Sono l’enigma degli enigmi.

Shhhh. Sta arrivando, senti i passi.
Nasconditi. Va come un pazzo, a volte velocissimo
come un missile, altre lento, lentissimo.
Mi fa paura, è matto, sembra uno schizzato.
Corre, salta, si blocca, resta immobile e poi riparte.
E quando lo fa, non so perché, coinvolge tutti.
Capisci? Nessuno escluso, ci sprofondiamo tutti dentro.
Tu non vuoi, stringi i denti, ti accucci nel tuo angolo
con le mani sul capo, ti aggrappi a una superficie,
speri e ti dici, “adesso passa”. Ma lui non passa, ti travolge.
Lui c’è. Attento, attento, eccolo, nasconditi,
stai giù, stai giù che se ti vede…
Lui e quella sua smania di essere sempre e dovunque.
Quando arriva tremo come una foglia.
Mi chiedo, ma non finisce mai?
Si finisce, ma quando finisce lui, finisci anche tu. 

Avvolge i pensieri più lontani.
Percorre la memoria e la copre con veli leggeri. Succube del tempo e schiava della mente,
ci condiziona i ricordi.
Si addentra in noi senza bussare.
Tutto ciò che pensavamo non sarebbe mai stato dimenticato, con l’infinito moto delle lancette,
si fa sempre più lontano; con la stessa facilità
con cui sembra di ricordare,
nei secondi successivi al risveglio,
la perfezione di un sogno o la crudeltà di un incubo, ma che ritorna, solo qualche secondo dopo ad essere nuovamente frutto delle fantasie del sonno.
Il vortice nebuloso e iridescente dell’opalescenza si insinua nelle esperienze recondite
per renderle prima fumo e poi cenere.
Nemica della storia e della memoria,
può essere sconfitta solamente dall’inchiostro
di una penna o dalla voce in un racconto
per un pubblico attento.

Sono censori, questori e procuratori che sgranan i danari. Senton cantar …
“Money. It’s a crime Share it fairly but don’t take a slice of my pie
Money. So they say. Is the root of all evil today”.
Di chi son sti getti osceni? Lingue perigliose, sembra deliri! Si domand loro.
Se lo chiedono quelli che riscòton ogni giorno per le vie della città, fiscus, aerarium, tributum capitis, tributum soli, annoverata anche quella stramberia, introdotta dall’imperator, vectigal urinae. Piscia come denaro!
Orsù, le tasse son assai numerose e ingiuste.
“Sono i Pink Floyd, sonan Money”, ribatte lesto uno dei passati. è un viandante sgangherato, sembra morto, ma proferisce parole. Da dove arriva? Si chiedon i riscossori. “Canteran quando non sarete nemmen più presenti. Sonan di professione e dicon che i denari son cosa malsana”.
E loro sgranan li occhi, drizzano li orecchi e pensan siffatta cosa è follia pura.
Ma il viandante non s’arresta, reca notizie ancor peggiori.
Enuncia ancor…
“Il denaro, in quanto possiede la proprietà di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto in senso eminente. L’universalità della sua proprietà costituisce l’onnipotenza del suo essere, esso è considerato, quindi come ente onnipotente…Il denaro è il mediatore fra il bisogno e l’oggetto, fra la vita e il mezzo di vita dell’uomo. Ma ciò che media a me la mia vita mi media anche l’esistenza degli altri uomini. Per me è questo l’altro uomo…”
Non si capacitan di tanto ardire. Censori, questori e procuratori stan lì, immobil, gessati, strabuzzan le menti.
“Questo è Marx, lui erigerà il Comunismo, pronuncerà: “Il denaro, questa astrazione vuota ed estraniata della proprietà, è stato fatto signore del mondo. L’uomo ha cessato di essere schiavo dell’uomo ed è diventato schiavo della cosa; il capovolgimento dei rapporti umani è compiuto”.
Comincian ad agitarsi in serio i lor Signori che in contante parole senton suon di disgrazia, presagio fatale. Levan le mani al ciel e parton a insultar il viandante.
“Il denaro è la schiavitù moderna”. Non s’arresta il ciarlatano citando pure
Lev Tolstoj; “Ogni vita volta verso il denaro è una morte.
La rinascita è nel disinteresse” procede lesto con Albert Camu.
Lo guardan sacrilego. E lui mica si tace. “I soldi sono la radice di ogni male. Sono stati creati per tenere la gente in catene, sono un sostituto della realtà”, arriva a toccar Bob Marley.
Ah, l’Ignavo! L’ira li avvolge.
“Chi sei tu, ceffo bifolco che offendi il nostro operar, che spunti su li nostri denari, lanci presagi oscuri, blasfemie”. Censori, questori e procuratori s’adiran di brutto.
Ma il viandante non trema, s’arresta, li scruta dall’alto al basso e risponde senza timor alcuno: “Sono il tempo, vado, torno e vengo, sempre sono, ero e sarò. E vi dico senza indugio che con li denari, a me, non mi si compra”-

DEEEEE MIUUUR GOOO
HAI SENTITO?
DEEEEE MIUUUR GOOO.
DE-MIUR-GO.
IO SONO DE-MIUR-GO.
SONO TUTTO, SONO GENDARME,
FILIBUSTIERE, MANIERO, ARCANO,
MENTORE, GIULLARE, LAPISSINO,
APOLIDE, SCIAMANNATO,
OPALESCENZA E NUMMARIO.
IO SONO DE-MIUR-GO.

Grazie agli artisti che hanno realizzato le illustrazioni del MAGAZZINO CUBO n.5

GENDARMEGiulia Bacchini
FILIBUSTIERE  Dulcinea Desiree Andreis
MANIEROMirabilinto
APOLIDEP54
MENTOREISA BI
GIULLAREAlessandra Mila
LAPALISSINOCarlo Gazzi
ARCANOPepecoibermuda
SCIAMANNATODimitri Corradini
OPALESCENZAMagazziniere
NUMMARIOP54
DEMIURGOBluXM